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Le sorgenti del Nilo, oltre due millenni di ricerche

A cura di: Gian Andrea Pagnoni

Oggi il quadro geografico del Nilo è ben conosciuto.

Presso Kartoum (Sudan) si riuniscono i due affluenti principali: il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro.

Il Nilo Azzurro nasce dal Lago Tana sull’Acrocoro Etiope. Il Nilo Bianco, il ramo principale, ha invece molte sorgenti, ma la maggior parte delle acque proviene dal Lago Alberto.

Questo lago è alimentato dalle piogge del Ruwenzori e dal Nilo Vittoria, un fiume che nasce (con le cascate Rippon) a nord del lago omonimo. Il Lago Vittoria ha un affluente principale, il fiume Kagera, il quale nasce in Burundi ed è la sorgente più meridionale del Nilo.

Carovane di mercanti arabi in cerca d’avorio e di schiavi erano penetrate nel continente africano fin dall’antichità, ma questo era rimasto completamente sconosciuto al mondo europeo fino al 1800.

L’inaccessibilità dell’Africa centrale era legata al clima torrido e umidissimo (in cui abbondano malattie, parassiti e animali feroci), e alla vegetazione quasi impenetrabile (attraverso cui si poteva accedere solo a colpi di machete).

A frenare l’avanzata verso il cuore del continente vi erano anche le divisioni etniche, politiche e linguistiche delle regioni interne: se nella zona dei grandi laghi (Uganda, Kenya, Tanzania) esistevano regni centralizzati e forti come quello del Buganda, in altre regioni, come il bacino del Congo, le etnie erano molto frammentate e spesso in lotta tra loro.

A questi ostacoli reali si aggiungeva un alone di mistero e paura: i racconti di viaggiatori locali ed europei evocavano creature mostruose e pratiche orrende come l’antropofagia. Così, fino alla fine del ‘700 i pericoli reali e immaginari avevano trattenuto gli europei dall’avventurarsi verso l’interno dell’Africa.

È opportuno precisare che gli arabi avevano visitato l’interno del continente ben prima degli europei.

Le carovane dei mercanti arabi erano arrivate ad Unyamwazi (Tanzania) nel 1824, al Lago Tanganika nel 1831, e nel 1845 le rotte commerciali si erano spinte fin nel lontano regno del Buganda, lungo le rive nord occidentali del Lago Vittoria nell’attuale Uganda (Salim 1989).

Ma queste conoscenze non erano giunte in Europa e, al termine del secolo dei Lumi, intellettuali ed avventurieri erano affascinati dai grandi vuoti delle carte dell’Africa. Fino a questo momento, alla mancanza d’informazioni si suppliva con l’immaginazione, la qual cosa non soddisfaceva le ambizioni scientifiche della Gran Bretagna colta. Nel 1788, a Londra, nacque dunque la African Association, una società che aveva lo scopo di allargare le conoscenze geografiche, naturalistiche e culturali di questo misterioso ed affascinante continente.

È l’inizio delle grandi esplorazioni.

Le montagne della luna

Gli antichi egizi sapevano che la prosperità del loro regno dipendeva dal Nilo e lo avevano divinizzato.

Fin dall’antichità gli studiosi si erano posti il problema dell’origine del fiume più lungo del mondo: come può scorrere colmo d’acqua attraverso il deserto, tanto più che sembra provenire da una regione in cui non piove mai?

La fisionomia del territorio, i pericoli ambientali e le malattie avevano posto seri limiti alle esplorazioni, e rimandato di secoli la soluzione dell’enigma.

A monte di Assuan (Egitto), sei cateratte impediscono la navigazione e, nei pressi della conca sudanese (a 8° di latitudine nord), il Nilo si disperde nel Grande Sudd, un groviglio inestricabile di paludi e acquitrini.

Era dunque impossibile risalirne il corso fino alle sorgenti, e già Diogene (V sec. a.C.) aveva intuito l’opportunità di esplorare le sorgenti partendo dalla costa dell’Oceano Indiano.

I cartografi antichi supplivano alle mancanze d’informazioni con la fantasia, commettendo ovviamente errori grossolani: Erodoto (nel V sec. a.C.) faceva coincidere il tratto iniziale del Nilo con il Niger.

Molto più vicina alla realtà fu la versione del celebre cartografo alessandrino Tolomeo che, nel II secolo della nostra era, tracciò una carta in cui compaiono le Montagne della Luna, così dette perch` confinavano con il limite dell’universo conosciuto. Le montagne vengono descritte alte e innevate, alle cui pendici vi è una regione lacustre i cui emissari raggiungono il Nilo, più a valle, un altro fiume (anch’esso proveniente da un lago) raggiunge il Nilo presso la città nubiana di Meroe (Sudan).

La carta di Tolomeo, certamente basata su racconti, è molto simile alla realtà, e si può quindi dire che gli antichi avevano già individuato i principali elementi geografici dell’alto corso del Nilo: montagne innevate, laghi e un affluente secondario sulla riva destra.

Il Nilo Azzurro e il Nilo Bianco

Il Bahr el Azrak o Nilo Azzurro, nasce dal Lago Tana sull’altopiano etiopico ed è il secondo affluente del Nilo. Nel 1617, i gesuiti Paez e Alvarez avevano già esplorato le sorgenti del Nilo Azzurro.

Nel 1765 James Bruce, un aristocratico scozzese console britannico ad Algeri, cominciò la sua esplorazione in Etiopia alla ricerca delle sorgenti del Nilo Azzurro. Raggiunti Gondar e poi il Lago Tana, esplorò la regione fino a trovare le Cascate Tississat attraverso cui il lago si riversa in un fiume, il Nilo Azzurro appunto.

Risalendo il Piccolo Abai (immissario del Lago Tana) Bruce arrivò alle sorgenti: orgoglioso nazionalista e protestante convinto, egli cercò di gettare discredito sui due cattolici che lo avevano preceduto, ma con scarso successo.

Alla metà dell’Ottocento rimaneva ancora da dipanare il mistero del maggior affluente del Nilo grande, il Bahr el-Abiad o Nilo Bianco, che origina oltre la conca sudanese.

Nel 1820 Mehemet Ali, pascià d’Egitto, inviò sul Nilo una spedizione alla quale prese parte il francese Cailiaud. Questi confermarono che, presso Khartoum (Sudan), il Nilo Azzurro è un affluente del Nilo grande.

A monte di Gondokoro, presso il Grande Sudd, la spedizione non riuscì a continuare: le sorgenti erano molto più a sud!

La spedizione di Burton e Speke

Nel 1856 il Ministero degli Affari Esteri britannico e la Royal Geographical Society inviano due esploratori alla ricerca delle sorgenti. Richard Francis Burton, ex ufficiale dell’Esercito delle Indie, famoso per essere stato il primo europeo a raggiungere la Mecca travestito da pellegrino, per aver tradotto le “Mille e una notte” e per il carattere estremamente scontroso e difficile, e John Hanning Speke, anch’egli un ex ufficiale dell’Esercito delle Indie, dal carattere più prevedibile e accondiscendente, e la cui passione per la caccia lo aveva portato in regioni inesplorate dell’Himalaia e del Tibet.

Nel dicembre 1856 i due esploratori arrivarono a Zanzibar, e Burton iniziò ad organizzare la spedizione.

Secoli di tratta degli schiavi avevano reso le popolazioni dell’entroterra molto aggressive, e Burton si assicurò la presenza di oltre cento portatori e una scorta armata di trenta uomini.

Nel giugno del 1857 sbarcarono sul continente iniziando il viaggio. Attraversarono paludi, deserti e montagne, ma le condizioni climatiche ed igienico sanitarie disastrose fecero ammalare i due esploratori, che furono costretti a proseguire il viaggio in barella: Speke è quasi cieco per un’infezione agli occhi e Burton è impossibilitato a mangiare per un ascesso alla lingua.

Il 13 febbraio 1858 i due esploratori riescono ad arrivare ad Ujiji, villaggio mercantile sulle rive del Lago Tanganika, e sono costretti ad una lunga sosta.

Burton era convinto che le sorgenti fossero da ricercare nel Lago Tanganika mentre Speke intendeva ricercare un enorme lago più nord di cui gli aveva parlato un mercante arabo.

Le difficoltà ambientali e il carattere impossibile di Burton avevano creato tensione e i due si divisero.

Il 30 luglio 1858 Speke raggiunge il lago che cercava, il grande Nyanza, che in onore della Regina chiama Lago Vittoria. Speke è convinto che siano le sorgenti del Nilo, una buona intuizione.

Nel marzo del 1859 i due esploratori tornano a Zanzibar e, una volta a Londra, Speke rivela di aver trovato le sorgenti del Nilo.

Nell’entusiasmo generale, chiede alla Royal Geographical Society di potere tornare al Lago Vittoria per provare la propria intuizione. Burton, un po’ per invidia e un po’ perch` la tesi di Speke non è del tutto convincente, diventa il più accanito oppositore di Speke.

La spedizione di Speke e Grant

Nell’ottobre del 1860 Speke ritorna a Zanzibar per preparare la missione e, come compagno, si sceglie una persona certamente più accondiscendente del precedente compagno: James Augustus Grant, anche lui ex ufficiale dell’Esercito delle Indie.

Giunti sulle rive nord occidentali del Lago Vittoria i due si dividono: Grant prosegue a nord mentre Speke punta a sud est alla ricerca del fiume che esce dal lago.

Speke raggiunge il fiume Kagera e, il 28 luglio 1862, le cascate con cui il Lago Vittoria si getta nel Nilo: in onore del presidente della Royal Geographical Society che aveva finanziato la sua spedizione, le chiama Cascate Rippon.

Durante il ritorno in patria invia il telegramma che rimarrà famoso nella storia delle esplorazioni: «The Nile is settled» (Il Nilo è risolto).

La questione era tutt’altro che risolta.

Il 22 giugno 1863 la Royal Geographical Society si riunisce per onorare Speke e Grant, ma Burton demolisce efficacemente le loro tesi.

A complicare il mistero vi sono i riscontri dei coniugi Samuel e Florence Baker che, partiti da Khartoum (Sudan), erano scesi lungo il Nilo oltre Gondokoro, e nel 1864 avevano trovato due laghi che davano acque al Nilo: il Lago Alberto e il Lago Edoardo.

Ad aumentare il clima di diffidenza e di dubbio vi era che le tesi di Burton erano appoggiate da quello che all’epoca era il più grande esploratore conosciuto: il dottor David Livingstone.

Speke non poté mai dimostrare le proprie tesi: morirà in un banale e misterioso incidente di caccia il giorno prima dell’atteso confronto con Burton.

Il Dottor Livingstone, suppongo!

Negli anni dal ‘49 al ’63 dell’Ottocento, David Livingstone, il celebre missionario esploratore scozzese, aveva intrapreso diverse spedizioni in Sud Africa, nel deserto del Kalahari e lungo il fiume Zambesi alla scoperta delle Mosi oa Tunya (il fiume che tuona) da lui denominate Cascate Vittoria, e del Lago Nyassa (Lago Malawi).

Per dipanare definitivamente il mistero del Nilo, la Royal Geographical Society lo incarica di esplorare la regione dei laghi tra i Laghi Vittoria e Tanganika.

Nel gennaio del 1866 Livingstone arrivò a Zanzibar, dove sostò per tre mesi presso la casa tuttora esistente a Stone Town.

Per tre anni esplorò regioni impervie attorno ai laghi Malawi e Tanganika, spingendosi ad ovest di questo, lungo il fiume Lualaba (che erroneamente identifica con il Nilo). Anche Livingstone subì le condizioni ambientali dell’Africa Centrale, e, in condizioni di salute pessime a causa di forti febbri malariche, fu costretto a sostare ad Ujiji sulle rive del Lago Tanganika.

A tre anni dalla sua partenza nessuna notizia era arrivata a Zanzibar e in Europa, e il direttore del New York Herald, fiducioso della pubblicità che ne poteva ricavare, inviò un giovane giornalista americano di origini gallesi, Henry Morton Stanley, ad assistere all’apertura del Canale di Suez e alla ricerca del famoso esploratore. Stanley arriva a Zanzibar il 6 gennaio 1871 e dopo tre mesi parte per il continente. Il suo fiuto lo porta direttamente ad Ujiji, nell’incontro tra i due fu pronunciato il dialogo destinato a rimanere nella storia. “Il Dottor Livingstone, suppongo” chiese Stanley. “Si” rispose Livingstone. E Stanley disse “Ringrazio Dio, dottore, che mi ha permesso di poterla incontrare”.

Felicemente commosso Livingstone replicò: “Sono felice di essere qui a riceverla”.

Tra i due nacque una spontanea amicizia e, per verificare l’ipotesi di Burton, insieme esplorarono le sponde settentrionali del Lago Tanganika, dimostrando però che nessun fiume esce del lago.

Livingstone si convinse che il fiume Lualaba raggiunga a nord il Lago Alberto e sia quindi da considerarsi il corso iniziale del Nilo. Stanley tornò a Zanzibar per dare la buona notizia del ritrovamento di Livingstone, mentre quest’ultimo procedette a sud alle sorgenti del Lualaba.

Livingstone non riuscirà mai a dipanare il mistero perch`, gravemente malato di malaria e dissenteria, il 1 maggio del 1873 muore a Chitambo alle sorgenti del Lualaba presso il Lago Benguelo (Zambia).

La spedizione di Stanley

L’anno seguente i funerali di Livingstone, Stanley decide di continuare la sua opera.

Il Daily Telegraph e il New York Herald accettano di finanziare la spedizione e il 15 agosto 1874 si imbarca per Zanzibar portando con se un battello smontabile di sua invenzione, tre giovani inglesi, provviste, e un’infinità di oggetti dono da barattare con gli indigeni.

I suoi obiettivi principali sono tre:

1) effettuare il periplo del Lago Vittoria per verificare se le cascate Rippon sono l’unico sbocco,

2) esplorare il Lago Tanganika per vedere se ne esce un corso d’acqua che possa arrivare al Nilo come sostiene Burton

e 3) riprendere l’opera di Livingstone e chiarire se il fiume Lualaba può essere una sorgente del Nilo.

A metà novembre lascia Zanzibar con una spedizione compatta e numerosa, e alla fine di febbraio 1875 giunge a Kaghehyi, sulle rive del lago Vittoria.

Il tragitto non era stato privo d’insidie: Edward Pocock, uno degli aiutanti inglesi, era morto di tifo e oltre un terzo dei portatori era scomparso per malattia, diserzione o attacchi degli indigeni.

Sulle rive dal Lago Vittoria, Stanley lascia i sopravvissuti e, con undici dei suoi uomini migliori e una guida locale, si imbarca sul Lady Alice (il battello smontabile).

Costeggia minuziosamente la parte nord orientale del lago fino alle cascate Rippon, e raggiunge la corte di Mtesa, re del regno di Buganda, dal quale deve ottenere il permesso e la protezione per continuare la propria esplorazione in Uganda.

Tra Mtesa e Stanley nasce una reciproca simpatia e dopo aver promesso al re di ritornare, il 17 aprile riparte per ricongiungersi al resto della spedizione.

Costeggia minuziosamente il lato occidentale del lago e giunge dove il fiume Kagera entra nel Lago Vittoria.

Il 4 maggio 1875, dopo innumerevoli difficoltà e attacchi degli indigeni, si ricongiunge con i collaboratori a Kaghehyi terminando il periplo del lago.

All’arrivo costata tristemente che tre dei suoi collaboratori e alcuni portatori sono morti; spossato dalle privazioni e dalla fatica Stanley stesso si ammala, ma una potente cura di chinino e soprattutto la sua robustissima fibra lo rimettono in sesto in cinque giorni.

Infaticabile, Stanley decide di ampliare l’area di esplorazione e si rimette in marcia per il Lago Alberto.

L’enorme aggressività degli indigeni e la diserzione di molti portatori gli impediranno di raggiungere la meta, e presso il Lago Edoardo Stanley desiste e si dirige verso il Lago Tanganika.

Nella sua marcia a sud incontra di nuovo il fiume Kagera (dimostrando quindi che questo è il principale affluente del Lago Vittoria), e il 7 aprile giunge ad Ujiji, dove sette anni prima si era incontrato con il suo maestro e amico Livingstone.

Il minuzioso periplo del Lago Vittoria permette a Stanley di raggiungere il primo obiettivo: presso le cascate Rippon a nord del Lago Vittoria vi è, come diceva Speke, una delle sorgenti del Nilo.

Il Lago Vittoria, è a sua volta, alimentato dal fiume Kagera.

Intenzionato a procedere negli obiettivi, nell’estate del 1876 compie il periplo del Lago Tanganika dove verifica che non esce alcun emissario di rilievo. Anche il secondo obiettivo era raggiunto: il Tanganika non è una delle sorgenti del Nilo, ancora una volta le ipotesi di Speke trionfavano su quelle di Burton.

Rimaneva ancora il terzo obiettivo: il Lualaba è, come riteneva Livingstone, il corso più alto del Nilo?

Dopo pochi mesi di esplorazione Stanley si rende conto che il Lualaba è in realtà il corso superiore del fiume Congo. Il terzo ed ultimo obiettivo sarebbe raggiunto, ma da indomabile esploratore decide di percorre il fiume fino alla foce.

Il viaggio sarà ancora più duro dei precedenti ma, nonostante la perdita dell’ultimo dei suoi collaboratori inglesi, continuerà imperterrito fino a che, nell’agosto del 1877 si troverà, trasportato dalla corrente, in mezzo alle onde dell’Oceano Atlantico.

A metà del corso del fiume Congo, Stanley scrive nel suo diario: «Livingstone l’aveva detto che scendere il corso del Lualaba era una follia, e così è stato; e se dovessi rifarlo, porterei con me non meno di duecento fucili. Scrivo queste righe quasi convinto che nessun uomo bianco avrà mai modo di leggerle. Comunque, continuo il viaggio, continuo a scrivere, e affido la nostra sorte nelle mani della Provvidenza.».

Il viaggio, durato mille giorni, che lo aveva portato da Zanzibar all’Atlantico, sarà poi riferito nel famoso libro Through the Dark Continent (Attraverso il continente nero).

I tre obiettivi di Stanley erano stati raggiunti, ma rimaneva ancora un grande mistero da risolvere: le mitiche Montagne della Luna, sorgenti del Nilo secondo Tolomeo.

Il caso permetterà a questo grande esploratore di chiarire, anni dopo, anche questo mistero.

Il dilemma si dipana

Nel 1885 scoppiano gravi disordini nel Sudan egiziano e Stanley è inviato per aiutare il governatore Emin Pascià rifugiatosi presso il Lago Alberto.

Nel febbraio del 1887 Stanley giunge a Zanzibar e da qui circumnaviga l’Africa fino alla foce del fiume Congo, nell’Oceano Atlantico.

Risale il fiume fino al corso superiore e da qui marcia a nord verso il lago Alberto; ancora una volta affronta difficoltà inimmaginabili, tempeste, naufragi, assalti di indigeni, diserzioni, malattie e fame, fino all’incontro con Emin Pascià il 29 aprile 1888.

Il 24 maggio uno dei servitori fa notare a Stanley che all’orizzonte si scorge una montagna “coperta di sale”. Stanley si rende immediatamente conto della scoperta: Tolomeo aveva avuto la giusta intuizione, quelle “coperte di sale” erano le Montagne della Luna, il massiccio del Ruwenzori (colui che fa le piogge) come lo chiamano gli indigeni.

Le cime innevate del Ruwenzori sono sempre coperte di nuvole, e questo aveva impedito a tutti i precedenti esploratori di avvistare i ghiacciai del massiccio che alimentano costantemente i laghi sorgenti del fiume sacro.

Bibliografia

Pierre B., 1982. Storia del Nilo. Rizzoli Ed.

Salim A.I., 1989. The East African coast and hinterland, 1800-45. In UNESCO General History of Africa, 6:211-233.









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